Ayrulph si levò in volo insieme agli altri aironi della garzaia, spiegando le ali nella calda brezza di mare che agitava le chiome dei salici. Era un veleggiatore meraviglioso, e ben presto si ritrovò molto più in alto dello stormo, che volava a pelo d'acqua per raggiungere i terreni di caccia ai confini orientali del lago. Là si trovavano i pesci e i ranocchi più gustosi, che godevano delle acque relativamente pulite dei torrenti che scendevano dai colli.
Ayrulph non sentiva la fame. Il suo corpo, vecchio e indurito, si accontentava di poco cibo. Ma da qualche tempo il vecchio airone cenerino avvertiva il richiamo ancestrale di una terra non lontana dal lago, una terra di cui serbava un vago ricordo grazie ai racconti narrati tanti anni prima da Eilroch, suo padre. Eilroch vi era nato, ma l'aveva abbandonata giovanissimo, con tutta la colonia, quando eventi esterni alla colonia avevano progressivamente asciugato gli specchi d'acqua.
Ayrulph aveva trascorso la sua lunga vita intorno al vasto specchio d'acqua del lago di Massaciuccoli. Lì era stato a lungo felice: negli ampi spazi aperti aveva imparato i segreti del volo, aveva avuto molti amori e lottato con impeto per conquistare nuovi spazi nella garzaia, scacciandone di forza le garzette e le nitticore.
Ora erano i giovani a impegnarsi in queste attività. Da qualche tempo Ayrulph si allontanava dalla colonia e dal lago per esplorare i territori circostanti. Il desiderio di vedere la terra natale di suo padre si faceva in lui più vivo di giorno in giorno. Improvvisamente ricordò che il padre gli aveva detto di aver volato da Nord-Ovest verso Sud-Est per arrivare al lago dalla sua terra. Virò quindi senza sforzo verso Nord-Ovest e veleggiò lentamente oltre i vasti canneti che cingevano lo specchio d'acqua da quel lato.
Il paesaggio che scorreva sotto il suo sguardo era piatto e deprimente. I tetti rossi, dove abitavano le creature bipedi senza ali, disegnavano una trama disordinata sul territorio, come una immensa garzaia terricola. Alcuni rettangoli luccicanti, che in un primo tempo gli erano parsi dei laghetti di forma bizzarra, si erano poi rivelati per solide costruzioni dove i bipedi entravano e uscivano con fasci di piante in mano. Grossi nastri scuri attraversavano come una rete il paesaggio. Su essi si muovevano veloci creature rumorose e puzzolenti. Ayrulph ne avvertiva il tanfo anche in alto, dove si era spinto per avere una visione panoramica. Il terreno libero era occupato da coltivazioni. Niente stagni, niente garzaie, insomma niente che potesse attirare un airone cenerino.
Eppure... continuò nel suo maestoso volo planato, con le grandi ali spiegate ad arco, e continuò a scrutare in basso, finché i suoi occhi fissarono un bagliore argenteo che sembrava muoversi in linea retta seguendo il suo volo. Si abbassò e altri punti argentati si accesero nella pianura. Questa volta non si era ingannato, era acqua che fluiva lentamente in canali poco profondi, che correvano in tutto il territorio e si intersecavano come i fili di una ragnatela.
Si abbassò ancora per sorvolare uno stretto canale. Si aspettava di vedere suoi simili intenti a cacciare pesci e ranocchi, ma non ne vide. Non vide neppure pesci: l'acqua era ricoperta di schiuma, che si formava in corrispondenza delle cascatelle che uscivano da dei tubi melmosi e maleodoranti.
Riprese quota virando verso monte. Ora distingueva bene la rete di canali e fossetti, che attraversava una piccola area priva di tetti, nastri grigi e altre cose. C'erano tratti di canneto alternati a incolti, con alcuni filari di alberi lungo i fossi più grandi. L'acqua sembrava più pulita.
Tornò ad abbassarsi, puntando verso una radura nel canneto con erbe palustri, dove atterrò placidamente, provocando una fuga di ranocchi che oziavano sulla sponda di un fosso. Sulla sponda opposta c'era un basso boschetto di salici e ontani.
Si stava bene lì, sul morbido tappeto erboso. Le chiome degli alberi cantavano dolci melodie quando la brezza di mare le carezzava. Ayrulph pensò che forse quel boschetto poteva essere stata la garzaia di suo padre.
Intanto i ranocchi si erano ripresi dallo spavento e avevano ripreso posto sulla sponda del fosso. Ayrulph, stimolato dalla fame, ne mangiò un paio, poi si levò in volo per tornare al lago.
Senza la brezza marina l'involo era più faticoso. Prese lentamente quota, ma sentiva le ali pesanti e intorpidite. Continuò a salire e a guardare quel luogo, come per imprimerlo nel ricordo, ma faceva fatica a concentrarsi. Il respiro si fece corto e la vista si offuscò.
Fu solo un attimo, però, poi il volo ritornò leggero, il respiro regolare e la vista nitida, solo che... il panorama era diverso!
Il canneto circondava un basso specchio d'acqua popolato di uccelli acquatici; poco più in là, il boschetto di salici e ontani sulla sponda del fosso ospitava un'allegra colonia di aironi cenerini. Ma come aveva fatto a non vederla, prima? Si esibì in una virata maestosa, con l'orgoglioso intento di sfoggiare le sue notevoli doti di superbo veleggiatore, e si abbassò verso il boschetto con una punta di emozione.
Ma improvvisamente, un rumore come di tuono, e insieme un grido acuto, più forte di quello del falco di palude, lo riscosse bruscamente: un enorme creatura rombante si stava avventando su di lui, gridando forte. Con tutte le forze, scartò bruscamente con potenti colpi d'ala, evitando di un soffio la collisione con l'orrenda creatura che sfilò via rombando su uno dei nastri grigi. Si era addormentato in volo? O aveva sognato?
Di certo si era preso un bello spavento e inoltre avvertiva un fortissimo dolore allo sterno, effetto della brusca manovra. Eppure si sentiva felice: in modo misterioso, aveva visto quella terra come doveva essere ai tempi di suo padre Eilroch. E ora, aveva una missione, forse l'ultima, da compiere.
Ignorando il dolore, percorse a ritroso la rotta dell'andata e arrivò alla garzaia del lago sul far della sera. I giovani aironi erano riuniti e si scambiavano le impressioni della giornata. Si girarono tutti a guardarlo, quando atterrò graziosamente sul ramo di un ontano. Ayrulph ricambiò il loro sguardo, e cominciò a raccontare.
Non è proprio un "post" da campagna elettorale, ma che dire? Due cose vorrei sottolineare:
RispondiElimina1. Il racconto si ispira a una mancata collisione tra un airone e un'auto - la mia! - in transito sulla via Italica; l'airone scese bruscamente di quota fino a sfiorare il cofano dell'auto.
2. Volevo riflettere sul fatto che non siamo i soli ad avere diritto di vivere sulla Terra, e condividere questa riflessione.
Gianni
Bello! Potrebbe essere la prima di "Storie della palude" e se non sbaglio quella del Giardo è quella da te descritta. Quei ranocchi assaporati nella "terra ritrovata" non sono forse la causa del malore? Probabilmente erano avvelenati dalla diossina dell'inceneritore, lì vicino.
RispondiEliminaE' bello cercare di vedere il mondo con gli occhi degli altri e quando questi sono creature che dipendono da noi è doveroso farlo.
Non credo che non sia da campagna elettorale, o meglio credo che sia assolutamente adatto per un politico! L'amministrazione del territorio non può tenere conto solo di alcuni aspetti, di solito quelli antropici. Siamo indissolubilmente legati all'ambiente e se non cambieremo il nostro punto di vista la Terra non ci sosterrà e semplicemente verremo eliminati come conseguenza delle nostre insulse azioni dettate dall'ignoranza più gretta. Del resto il nostro pianeta ne ha già passate delle belle! E la vita non ha forse superato già cinque estinzioni di massa (addirittra del 95% delle specie)? sarebbe tanto strano che l'uomo (Homo sapiens sapiens...???) fosse inserito nella lista della sesta?
Pensateci politici! Grazie Gianni.